Questo non è un videogioco | Tipografia digitale
La tua libreria
Scegli la tua newsletter
facebook

Questo non è un videogioco

There is no game

Ieri sera ho fatto giocare secondogenito a This is the only level, un piccolo videogioco che parte da una idea come al solito interessante. Esistono parecchi giochi, in genere realizzati in Flash o altri sistemi non propriamente ortodossi, che prendono il canone videogioco e lo spezzano, a volte con fini artistici, a volte comici, a volte demistificatori. Negli ultimi anni ho giocato al videogioco di un pac-man che man mano che mangiava ingrassava, fino a rimanere bloccato nei corridoi; a un videogioco in 3D il cui goal era di condurre un vecchio anziano fino alla panchina in cui si sedeva a guardare il panorama; al videogioco tratto da “Aspettando Godot” di Beckett in cui si restava in un livello dove non succedeva assolutamente nulla; al folgorante You have to burn the rope in cui la soluzione del gioco è indicata nel titolo del gioco stesso, a cui segue una fighissima canzone indie di vittoria (più lunga del gioco stesso) e così via, fino a cose più coerenti e serie come i giochi della Molleindustria o di Today I Die.

Quello di ieri, che è riuscito alla fine a riunire tutti e tre i geniti davanti allo schermo del computer, parte da un’idea molto più circoscritta, ma funzionale. Un videogioco formato da un solo livello. Ogni volta che si termina il livello il videogioco non è convinto che si sia davvero terminato il livello e ripropone il primo livello. E poi ancora il primo e ancora il primo. Soltanto, ogni volta, variano le regole del gaming: a volte strutturali (i controlli dei tasti), a volte grafici, a volte degli elementi interni al gioco. Il gioco è capire, in questo eterno primo livello, quali elementi di gaming il programmatore abbia variato di volta in volta, e trovare una tecnica per superarlo. Per arrivare ancora al primo livello.

In fondo, come diceva Seneca, eadem, sed non eodem modo facere.

C’è una canzone di De Gregori dove la canzone finisce ma lui continua dicendo, più o meno, un amico d’infanzia dopo questa canzone, mi ha detto è bellissima, è un incubo riuscito e poi va avanti ancora un po’, integrando all’interno del pezzo anche la critica e una spiegazione, cantata, del cantante al pezzo. Ecco, dopo aver letto questo post mi ha scritto primogenito mandandomi un link che è la quintessenza di quello che scritto finora, ovvero un videogioco in cui non c’è il gioco. Ma noi vogliamo giocare. Sarà la nostra voglia di giocare così forte da convincere il programmatore a ritornare sui suoi passi?

Enjoy!

16. settembre 2016 by fabrizio venerandi
Categories: Interactive Fiction, Programmazione | Leave a comment

Leave a Reply

Required fields are marked *