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Tutto quello che so sui divani e la narrazione digitale

Oggi mi prendo una pausa dal parlare di ebook, per spendere due parole sull’interactive fiction e la sua progettazione. Ho letto qualche tempo fa un divertente pezzo di Liz England che racconta quali siano i reali problem di un game designer, a partire dall’apparentemente banale problema di descrivere una porta. Il post, ripeto, è nello stesso tempo molto divertente e molto chiaro, se avete poco tempo leggete direttamente quello e saltate questo. La lettura del post di Liz England mi ha ricordato i problemi molto simili che si affrontano quando si fa interactive fiction. Anche lì ci sono luoghi narrativi composti da cose, con queste cose si fanno altre cose e ci possono anche essere altri giocatori/lettori che interagiscono con noi e con i personaggi dell’interactive fiction. Molti anni fa avevo iniziato un progetto di interactive fiction di cinque luoghi. Si tratta di uno dei miei progetti non terminati, alla fine spiego anche il perché. In questa interactive fiction mi ero posto quattro o cinque obiettivi di design:
  1. utilizzare i tempi e le persone tipiche del romanzi per una cosa che stava succedendo in quel momento al lettore (quindi usare la terza persona singolare e il tempo passato, al posto del più consueto presente più prima persona singolare, tipico delle avventure testuali)
  2. gestire gli spostamenti per oggetti e non per punti cardinali (vai in cucina, al posto di nord)
  3. dare descrizioni che si modificano a seconda del punto di vista del personaggio/giocatore (descrizioni prospettiche)
  4. dare temporalità alle descrizioni: osservare una cosa la prima o la seconda volta, cambia anche l’esperienza di quello che vedi
La stanza centrale in cui si svolgeva l’azione, era una sala, che veniva descritta così:
#1,\Jacob si mosse appena nella sala. Un odore acre stagnava nell’aria, e tutta la camera appariva spogliata dalla luce bianca che fibrillava in alto, appesa al soffitto. Il lampadario era stato tolto, mesi prima, per seguire il regolamento del Comitato, ed ora soltanto la sfera di vetro balluginava, attaccata al filo elettrico. La stanza era piccola e faceva sia da ingresso che da salotto. Jacob in passato aveva pensato di buttare giù uno dei muri non portanti e di fare una sola stanza con lo studio e la sala, ma Elettra si era sempre opposta per paura degli insetti. “Questi muri sono pieni di bestie” diceva toccandoli con ribrezzo. La libreria era poggiata nell’angolo, svuotata e sigillata, vicino all’ingresso della camera da letto. Accanto era posto uno dei due divanetti, ereditati dalla madre di Elettra. L’altro era collocato tra l’ingresso dello studio e quello della cucina. L’ultima apertura conduceva in bagno. La finestra rimaneva nascosta dietro una tenda bluastra, ma non sembrava portare nessuna luce all’ambiente: probabilmente -pensò Jacob- le imposte sono serrate.\ Distrattamente s’incantò nel fissare uno dei quadri della sala, che rappresentava figure geometriche, e si perse in pensieri senza significato.\\
Avevo disegnato la stanza, in modo da poterla descrivere in maniera coerente, da qualunque parte dell’appartamento il personaggio fosse arrivato:
(dalla cucina) #23,\Decise di ritornare in sala.\\ Arrivando dalla cucina, Jacob si trovò accanto ad uno dei due divanetti. Di fronte a lui la finestra, coperta da una pesante tenda. Fece qualche passo in avanti per vedere la libreria, posta accanto al secondo divanetto, nella parete opposta a quella dove vi era la porta d’ingresso.\ Sempre di fronte, Jacob riconobbe l’apertura per andare in camera da letto, posta tra la libreria e la finestra, e quella per andare in bagno, proprio alla sua sinistra. \ L’aria era greve e Jacob respirava con fatica. Spostava la testa ora verso i quadri appesi alla parete, ora verso il pavimento, come a voler riprendere fiato.\\ (dalla camera da letto) #24,\Jacob uscì dalla camera da letto ed entrò nella sala. Passandosi una mano fra i capelli, si guardò attorno, senza fantasia. Alla sua sinistra stava la libreria, inutile, con i sigilli del comitato. Di fronte stavano i due divanetti, e le aperture per andare nello studio e nella cucina. A destra la tenda, che copriva la finestra, e poi la parete, dove c’era la porta che un tempo dava all’esterno e l’ingresso per il piccolo bagno. L’aria era viziata e a Jacob sembrava di respirare con difficoltà.\\ (dallo studio) #25,\Ad un certo punto Jacob si fece coraggio e decise di lasciare lo studio. Tornò di nuovo in sala, trovandosi in mezzo ai due divanetti, che tanto piacevano ad Elettra. Di fronte a lui, nell’angolo, la libreria, e la porta che conduceva in camera da letto. Voltandosi vide a sinistra l’apertura per la cucina e, nella parete di sinistra, quella per il bagno. Non era cambiato niente. La porta di casa sempre uguale, la finestra serrata.\\ (dal bagno) #26,\Jacob si fissò ancora per un attimo allo specchio, poi decise di uscire dal bagno per tornare nella sala. L’aria sapeva di chiuso e lo prese alla gola. Lì vicino c’era l’apertura per la cucina e, tra i due divanetti, quella per lo studio. Di fronte a lui, dimenticata, la libreria. \ Fece ancora qualche passo, andando nel centro della stanza. Girandosi osservò distrattamente l’apertura per la camera da letto. Sembrava tutto come prima. I rumori della casa attutiti, il silenzio. Poggiando le mani sul tavolo per la stanchezza, Jacob osservò con noia il mobiletto ad ante.\\
Ovviamente, una volta tornato nella stanza centrale il personaggio avrebbe potuto voler osservare di nuovo l’ambiente in cui era, e anche in questo caso la descrizione sarebbe dovuta cambiare:
#2,\Jacob guardò nuovamente la sala in cui era. Una libreria occupava l’angolo vicino all’ingresso della camera da letto, mentre -nella parete opposta- due aperture conducevano nello studio e nella cucina. Nell’angolo in fronte a quello della libreria stava uno dei due divanetti di Elettra, mentre il secondo era posto tra le due aperture. Nell’ultima parete stava l’ingresso del piccolo bagno e la porta di casa. \\ La finestra, accanto alla camera da letto, era coperta da una pesante tenda. Alcuni quadri erano appesi alle pareti: stampe concesse dal Comitato, dopo aver rimosso i soggetti di fantasia.\\
Alla descrizione generale si aggiungono le descrizioni particolari degli oggetti presenti nella stanza, e ovviamente le azioni che il personaggio avrebbe potuto fare con essi. Ad esempio i due divanetti.
#3,\Jacob osservò i due divanetti posti all’interno della sala. Si trattava di due piccoli divanetti, apparentemente identici, ma in realtà speculari. Il divanetto rosso, infatti, era privo di uno dei due braccioli, mentre a quello verde mancava l’altro. Jacob ricordò come quei due brutti divanetti venissero dalla famiglia di elletra e come lei li tenesse in grande considerazione, benché, a ben vedere, non si trattasse che di due pezzi di scarto della metà del secolo scorso. Ma, anche Jacob aveva ricordi particolari legati a quei due piccoli divani. Era su quelli che per la prima volta aveva masturbato Elettra, quando era ancora una ragazzina, e dove avevano provato i primi rapporti di sesso. Ancora una rabbia profonda lo prendeva al ricordo dei due divanetti che, sotto il muoversi dei corpi, si allontanavano l’uno dall’altro, costringendo a frequenti interruzioni quei maldestri tentativi di venirsi addosso.\\ #4,\Jacob osservò con attenzione i due divanetti presenti nella sala. Quello rosso era posto tra l’ingresso dello studio e quello della cucina. Quello verde era invece nell’angolo, di fronte alla libreria.\\ #5,\All’improvviso a Jacob venne voglia di afferrare uno dei due divanetti, ma rimase immobile senza sapere verso quale rivolgersi. \\ #6,\Sfinito Jacob si avvicinò ai due divanetti per sedersi, per riposarsi un attimo. Ma erano troppo distanti per potersi sdraiare in entrambi, doveva sedersi in quello verde o quello rosso. \\ #7,\Jacob, a fatica, si mise in ginocchio e cercò di guardare sotto i due bassi divanetti. Ma non riusciva a vedere che il nero, l’oscurità di spazi inutilizzati.\\ #8,\”Devo togliere questi due divanetti”, disse tra sé e sé il valente Jacob, osservandoli da lontano. Si mosse verso di loro con l’intenzione di spostarli. Rimase però incerto a fissarli senza sapere con quale cominciare.\\ #9,\Jacob desiderò alzare i due divanetti, di scoprire cosa fosse nascosto sotto il loro essere collocati, di occupare uno spazio geometrico. ‘A volte’ pensava, le cose offrono il fianco quando meno ci si aspetterebbe. A tratti, quel giorno, ritornavano ricordi improvvisi, senza nessun legame: si vedeva con Elettra arrivare in traghetto a Zadir, prima della fine del mondo, e nel primo mattino prendere un caffè in una bar talmente distante. Ricordi come questi apparivano e scomparivano, come se qualcosa li muovesse sconsideratamente.\Comunque se voleva alzare un divanetto doveva decidere quale dei due.\\ #10,\Unire i due divani, certo, pensava il buon Jacob. Ma poi si ricordò che aveva già fatto quella unione e che Elettra non era stata per nulla contenta, ah questo no. I divanetti uniti prendevano tutta una parete e davano ad Elettra l’impressione di un lungo pesce morto, un luccio di mare, se mai sono esistiti lucci di mare, qualcosa di morto comunque, di abbandonato.\No, no, pensò Jacob scuotendo la testa, unire i divanetti non era certo una buona idea.\\ #11,\Gli venne d’improvviso la curiosità di vedere cosa fosse nascosto sotto il divano. ‘Forse un drago’, pensava, o uno di quei mostri antidiluviani che tanto erano cari ad e Elettra. Rimase così, ad inseguire le sue immaginazioni, senza neppure saper decidere se chinarsi sotto il primo divanetto o il secondo.\\ #12,\Jacob si pose di fronte ai due divanetti, quello rosso e quello verde, senza sapere verso quale rivolgere la sua attenzione.\\ #13,\Jacob sentiva il desiderio di prendere, di possedere uno dei divanetti, ma quale?\\ #14,\Jacob sentì il desiderio di sdraiarsi sopra uno dei due divanetti, dimenticare tutto, Elettra, la quarantena e il Comitato, aprire la boccuccia ed aspirare un latte immaginario, uno sperma dolce che galleggiava nell’aria, privo di atmosfera. Ma restava in piedi, ghiacciato, senza sapere verso quale divanetto muoversi.\\ #15,\Jacob si avvicinò ad uno dei due divanetti, pronto a spostarlo, quando osservò l’altro che giaceva immobile nell’angolo, come se lo stesse fissando. Si avvicinò all’altro e di nuovo il primo gettò l’invisibile sguardo su di lui. Rimase così incerto, senza sapere quale dei due divani spostare.\\ #16,\Alzarli voleva Jocob, quei divani, sollevarli nel profondo della memoria forse e si ricordò, senza nessuna motivazione di una volta che da bimbo, si morse un labbro ed uscì stilla. Passandosi una mano sul volto Jacob mise a fuoco quei due divanetti, sempre immobili come mosche morte.\\ #17,\D’improvviso Jacob si mise a girare per la sala, come se avesse perso qualcosa, le mani in avanti, gli occhi quasi socchiusi, poi si fermò di fronte ai due divani che mai si erano mossi di là.\\ #18,\Si avvicinò ai due divani, per salirci sopra, cosa mai va a pensare l’uomo. Ma i divani erano due e lui uno solo.\\ #19,\Jacob si diresse verso i divanetti. Quando fu presso di loro, rimase dubbioso se andare verso quello verde, o quello rosso.\\
Anche in questo caso le descrizioni degli oggetti si frantumano in una molteplicità di descrizioni: cosa voglio fare con il divano? Cosa è realistico che io faccia? Cosa penserebbe un personaggio inserito nell’habitat se gli venisse il desiderio inculcato dal lettore, e come potrebbe gestirlo coerentemente con la narrazione che il motore software sta generando a seconda dei comandi del lettore? Cosa succede con gli oggetti che sono contenuti in altri oggetti (ad esempio, i cuscini)? Oltre alla descrizione degli oggetti è poi necessario implementare le azioni che un personaggio può avere con gli oggetti, anche se queste sono puzzleless, non portano avanti la storia se non per il fatto che sono loro stesse, storia. Sempre rimanendo con i due divanetti:
#50,\Jacob si avvicinò al piccolo divanetto che era collocato tra i due ingressi, dello studio e della cucina. Si trattava di un dono di famiglia di Elettra, un brutto pezzo d’arredamento della metà del secolo scorso. Lui più volte aveva chiesto ad Elettra di buttarlo per prendere qualcosa di più moderno, ma lei aveva sempre rimandato, dicendo che si trattava di un ricordo. Poi era stato troppo tardi, non si poteva più comperare nulla. Il divanetto era basso, praticamente poggiava sul pavimento. Aveva i braccioli soltanto da una parte, perché faceva coppia con il secondo divanetto, quello verde, che aveva anch’esso un solo bracciolo, dalla parte opposta. Pur essendo i due divanetti identici, Elettra aveva voluto fasciare i cuscini e la fodera con due stoffe diverse: quella che stava di fronte a Jacob, rossa, e l’altra, verde scuro.\\ #51,\Jacob tornò ad osservare il piccolo divano posto tra i due ingressi, dello studio e della cucina. Era un piccolo divanetto, molto basso, che faceva coppia con quello che stava nel’angolo, vicino alla libreria. Entrambi avevano infatti un solo bracciolo, come se fossero stati pensati per essere messi l’uno accanto all’altro per formare un divano. Elettra però aveva deciso di separarli, anni prima, e li aveva rifoderati con due stoffe di colore differente. Jacob posò lo sguardo sui vecchi cuscini rossi che gli stavano di fronte, gli stessi, lisi, che conosceva da tempo; identici, nella forma, a quelli verdi dell’altro divanetto.\\ #52,\Jacob afferrò con le mani il divanetto e contrasse le dita per prenderlo con sé. Con un gesto di fastidio lasciò la presa: era troppo pesante per essere trasportato. Quel genere di azioni lo stancavano molto.\\ #53,\Jacob, con un sospiro di sollievo, si buttò sul divanetto, ma subito provò un dolore fastidioso alle anche, nel punto delle ossa. Aveva l’impressione di cadere e tutta la stanza che gli stava di fronte gli sembrava alzarsi, innalzarsi fino a divenire un punto infinitesimale della sua produzione in codice. Ma, nello stesso tempo, tutto restava identico a prima, nello stesso silenzio ininterrotto. Per questo non era bene sedersi, per questo quelli del comitato avevano tolto tutte le sedie dalla casa.\\ #54,\Jacob si avvicinò al divano ed afferrandolo con le mani fece per spostarlo. La sua forza sembrava percorrere il corpo per scaricarsi nelle gambe e poi nel pavimento, dove trovava riposo. Con molta fatica scostò il divanetto dal muro, osservò l’intonaco bianco, identico al resto della casa, e con uguale sforzo, lo ricollocò nella posizione in cui Elettra desiderava fosse posto.\\ #55,\Jacob si guardò attorno in cerca del divano. Appena lo vide, si avvicino senza fretta.\\ #56,\Jabob salì sul divano e si mise a vedere le cose da quella prospettiva. L’ingresso della camera da letto gli appariva ora l’antro, la bocca sdentata di una fornace il cui corpo da bruciare, da riportare allo stato carnale fosse il suo. Stare sul morbido dava fastidio a Jacob, e così tornò sul solido pavimento\\. #60,\Jacob si mosse verso il divanetto posto nell’angolo, di fronte alla libreria. Era un piccolo divanetto, un dono di famiglia di Elettra, di nessun valore ed anche abbastanza scomodo. Aveva chiesto ad Elettra di buttarlo, assieme a quello rosso, per prendere qualcosa di più comodo, ma lei aveva sempre negato, adducendo al fatto che si trattava di un ricordo. Poi era stato troppo tardi, adesso non serviva a niente. Il divanetto era basso, quasi poggiava sul pavimento. Aveva i braccioli soltanto da una parte, perché faceva coppia con il secondo divanetto, quello rosso, che aveva anch’esso un solo bracciolo, dalla parte opposta. Nonostante fossero del tutto uguali, Elettra aveva deciso di fasciare cuscini e fodera con due stoffe diverse: quella che stava di fronte a Jacob, verde, e l’altra, rossastra.\\ #61,\Jacob si avvicinò nuovamente al piccolo divano posto di fronte alla libreria. Era un piccolo divanetto, molto basso, che faceva coppia con quello che stava tra i due ingressi, dello studio e della cucina. Entrambi avevano infatti un solo bracciolo, come se fossero stati pensati per essere messi l’uno accanto all’altro per formare un divano, probabilmente ad angolo. Elettra però aveva deciso di separarli, anni prima, e li aveva rifoderati con due stoffe di colore differente. Jacob posò lo sguardo sui molli cuscini verdi che gli stavano di fronte, gli stessi, lisi, che conosceva da tempo; identici, nella forma, a quelli rossi dell’altro divanetto.\\ #62,\Andò verso il divanetto credendo che vi fosse qualcosa che a lui interessava molto, qualcosa di essenziale, ma tutto era privo di valore, il divanetto un semplice divanetto e niente di più.\Afferrò con le mani il divanetto e contrasse le dita per prenderlo con sé. Con un gesto di fastidio lasciò la presa: era troppo pesante per essere trasportato. Quel genere di azioni lo stancavano molto.\\ #63,\Jacob, con un sospiro di sollievo, si buttò sul divanetto, ma subito provò un dolore fastidioso alle anche, nel punto delle ossa. Aveva l’impressione di cadere e tutta la stanza che gli stava di fronte sembrava alzarsi, innalzarsi fino a divenire un punto infinitesimale della sua produzione in codice. Ma, nello stesso tempo, tutto restava identico a prima, nello stesso silenzio ininterrotto. Per questo non era bene sedersi, per questo quelli del comitato avevano tolto tutte le sedie dalla casa.\\ #64,\Jacob si avvicinò al divano ed afferrandolo con le mani fece per spostarlo. La sua forza sembrava percorrere il corpo per scaricarsi nelle gambe e poi nel pavimento, dove trovava riposo. Con molta fatica scostò il divanetto dal muro, osservò l’intonaco bianco, identico al resto della casa, e con uguale sforzo, lo ricollocò nella posizione in cui Elettra desiderava fosse posto.\\ #65,\Jacob si guardò attorno in cerca del divano. Appena lo vide, si avvicino senza fretta.\\ #66,\Jabob si sedette sul divano e si mise a vedere le cose da quella prospettiva. Di fronte a lui la liberia, sigillata, mostrava le rientranze inutili, i fori della privazione. Vicino alla libreria, l’ingresso della camera da letto gli appariva l’oscuro passaggio verso qualcosa che gli avrebbe sottratto quel poco di serenità che a fatica custodiva dentro di sé. Stare seduto portava a Jocob una sorta di breve dolore, ed era anche per quel motivo che il Comitato aveva fatto togliere tutte le sedie dalla casa. \\ #67,\Seduto sul divano, Jacob provò il desiderio di sedersi sul divano. Si trovava contemporaneamente nella condizione in cui voleva essere e in quella in cui si trovava isoddisfatto del suo stesso desiderio inappagato.\\ #68,\Decise di guardare sotto i cuscini. In verità Jacob aveva un terrore delle cose nascoste, non gli piaceva mettere le mani in posti sconosciuti. “Magari se fossi seduto sul divano sarebbe più semplice” disse tra sé e sé, non si tratterebbe di una scoperta, ma quasi di una azione continuata, sono andato sui cuscini e poi lentamente sono scivolato tra cuscino e cuscino, mi sono schiantato, diciamo così sul divano, ecco che razza di pensieri aveva Jacob.\\ #69,\Jacob guardò sotto i cuscini, lentamente, con timore, quasi che avesse paura di trovarvi qualche bestia, qualche insetto addormentato. O anche un topo, chi sa mai che sotto i cuscini non riposino i topi. Invece trovò un un libretto. Lo prese in mano con curiosità chiedendosi chi cavolo l’avesse messo in quel posto.\\ #70,\Jacob guardò sotto i cuscini, lentamente, con timore, quasi che avesse paura di trovarvi qualche sporcizia, qualche bestia addormentata. Magari un ratto, chi sa mai che sotto i cuscini non riposino i ratti. Invece c’era soltanto la tela del divano.\\ #71,\Jacob guardò nuovamente sotto i cuscini, lentamente, con timore. Gli parve di vedere, per un attimo, denti che baluginavano, o zampe che si ritraevano verso il buio, ma quando il cuscino fu ben alzato, c’era solo la nudità del divano.\\ #72,\Si mise ad osservare i cuscini dei due divanetti. Erano identici, cambiava soltanto la tinta, ora rossa, ora verde. Spesso si era seduto su di loro, provando un certo piacere, anche se, alla lunga, gli sembrava che si schiacciassero, che sprofondassero perdendo la loro forma originaria, e provocandogli un tenero dolore all’altezza della spina dorsale.\\ #73,\Gettò il suo sguardo sui divanetti e ancora una volta si mise ad osservarne i cuscini. Erano sempre gli stessi. Uno grosso sotto, e tre piccoli messi sul lato.\\ #74,\Mosse la testa per vedere meglio i cuscini su cui sedeva. Molli, coperti da quella stoffa grezza che Elettra aveva comprato chissà dove e che aveva lei stessa tinto sporcando per settimane il bucato della lavatrice.\\ #75,\Con la coda dell’occhio fissò i cuscini su cui sedeva. Erano sempre gli stessi, ruvidi e scomodi.\\ #76,\Con una mano afferrò un cuscino e lo tirò a sé, ferendosi il polso. Solo in quel momento si ricordò che la parte terminale dei cuscini era cucita alla base del divano, per evitare che cadessero o si spostassero.\\ #77,\Decise di prendere uno dei cuscini. Ma quell’azione, da in piedi, sembrava fiaccarlo, nausearlo. Si sentiva già stanco per quel gesto tanto risoluto; e così decise che lo avrebbe fatto, certo, ma una volta seduto sul divano.\\ #78,\Jacob decide di spostare uno dei cuscini del divano. Ma il solo pensare di mettersi lì, tirare, lasciare, oggetti molli… sentiva come il ruvido sulle dita, nell’interno delle dita, un sapore quasi delle unghie che s’infilavano nella stoffa, che frizionavano, che graffiavano e -stupito- si ritrovò a contrarre e rilasciare le dita. Fiaccato decise che lo avrebbe spostato, certo, ma una volta che si fosse seduto.\\ #79,\Prese uno dei cuscini e fece per spostarlo quando sentì che il cuscino resisteva e rimaneva fermo. Si ricordò allora che la parte in fondo era cucita al divano, perché non cadessero per terra. Lasciò le mani e si mise ad osservare il centro della stanza, senza vedere niente.\\
I divani sono poi oggetti abbastanza semplici da gestire, rispetto a una libreria o un libro. Insomma, il design di una interactive fiction molto molto semplice, di pochissime locazioni come questa, può rivelarsi un lavoro importante di scrittura testi quando si voglia creare una interazione fortemente narrativa con gli oggetti, pensando che siano questi e le relazioni con il lettore a generare la storia stessa (o meglio, le storie). Perché non ho finito questa interactive fiction? Per diversi motivi, uno dei quali legato alla quantità di lavoro e di testo necessario. Garantire la narratività non automatica ma autorale di ogni elemento presente nelle cinque stanze, richiedeva uno sforzo considerevole. Un altro motivo era legato al mezzo: l’interactive fiction classica, pensata a parser e lettura video, non è forse lo strumento più adatto per muoversi in ambienti narrativi interattivi. Qualcuno ha detto ebook?

16. dicembre 2014 by fabrizio venerandi
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