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Maschere di guerra

Le ragioni occulte del conflitto in Repubblica Democratica del Congo

di Matteo Zola

Ed. Quintadicopertina

Nella foresta è proibito parlare, si cammina in fila, senza sentiero né strada, senza direzione diversa dalla foresta stessa, come bussola un machete ad abbattere fronde di giungla fino a qualche radura o prato alto di erbe secche, acquitrini di zanzare e sudore, e poi di nuovo dentro al bush, la boscaglia fitta di liane e radici alle caviglie dove poche centinaia di metri sono ore di marcia. E si avanza così, nel fogliame dei respiri affannati, kalashnikov in spalla, fino al prossimo accampamento. Qui un ruscello quasi disseccato riempie le borracce – si beve poco, si è addestrati a farlo – e i combattenti si segnano la fronte con le dita umide. Una croce. Gli occhi rossi e umidi, sotto effetto di droghe per uccidere meglio, fissano un punto vuoto nella giungla. Poi un ordine gridato, la soldataglia corre sull’attenti sollevando la polvere terrosa e rossastra. Un uomo stretto in una divisa raccogliticcia urla qualcosa a quei predoni in fila. Hanno facce giovani, agitano kalashnikov e machete, armi del medioevo africano. Si fanno chiamare Movimento 23 marzo (vedi), sono attivi nel Nord Kivu , regione nord-orientale della Repubblica democratica del Congo. Il loro “presidente” è un vescovo, il loro capo un criminale di guerra.

L'Africa è un continente a due passi dall'Italia, eppure distante dal mainstream dell'informazione, se non per superficiali visioni di guerre tribali, virus, povertà e arretratezza. In realtà in Africa si giocano quotidianamente guerre per il possesso di materie prime, droghe, potere, soldi. Si tratta di conflitti che hanno connessioni fortissime con l'Europa, l'Asia. Il Congo è stato teatro di scontri, di battaglie etniche e di potere. Leader sanguinosi che crollano e vengono sostituiti. La fine di un leader segna sempre il sorgere di un altro capo criminale. La sconfitta di una milizia è sempre la nascita di altre due. Ntaganda è un simbolo criminale delle due guerre del Congo, combattute negli anni Novanta e Duemila, ma il conflitto attuale, latente e continuo, mantenuto ad arte da signori della guerra interessati ai grandi traffici, chi lo fermerà? Ogni conflitto ha i suoi beneficiari e l’attuale conflitto in Congo (come pure le due guerre che l’hanno preceduto) sono il risultato non già di tensioni etniche o competizione per le risorse ma di una complessa macchina predatoria e criminale dove gli interessi particolari si celano dietro a insospettabili (e spesso indecifrabili) maschere. Svelare cosa si nasconde dietro queste maschere di guerra richiede di addentrarsi nelle vicende, presenti e passate, del mitico Congo, cuore di tenebra del continente africano.

L'autore

Matteo Zola, classe 1981, è giornalista professionista dal 2011. Ha lavorato per tre anni a Narcomafie, occupandosi di crimine organizzato transnazionale. Collabora con Nigrizia, il Reportage, Guerre e Pace, occupandosi di politica internazionale con particolare attenzione all'Africa sub-sahariana e all'Europa orientale.

Nel 2010 fonda East Journal, quotidiano on-line di politica e cultura dell'Europa centro-orientale. Nel tempo libero si occupa di critica letteraria e poesia.

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