Sono contro le decisioni restrittive all’uso dei cellulari per i ragazzi, specie a scuola, per diversi motivi. Faccio una premessa maggiore: io credo che i cellulari siano elementi distrattivi e che – al di sotto di un certo livello di maturità – vadano supervisionati da persone consapevoli con attenzione. Non è immediato essere nel mondo reale e nel mondo virtuale nello stesso tempo, ci vuole del tempo per capire come la forma interpretativa di quello che siamo nel virtuale siamo comunque noi, anzi, una parte della nostra esistenza che spesso non ha modo di rivelarsi nel mondo reale. Il mondo reale, in ultima sostanza, non è più reale di quello virtuale, ma è un ambiente in cui alcune nostre caratteristiche umane, culturali, sociali, e anche alcune nostre competenze, hanno modo di esprimersi e essere messe in gioco e altre no. Nel mondo virtuale accade la stessa cosa. Il Venerandi che leggete su facebook non è uguale a quello con cui potreste parlare per strada, è un suo completamento – e viceversa.
E in questo, beninteso, non c’è nessuna novità. Chiunque abbia prodotto immagini della propria persona anche prima del digitale lo sa. In quello che da millenni abbiamo prodotto nella fiction, nell’arte, nella musica: il “virtuale” dell’invenzione e della comunicazione è sempre stato qualcosa altro da noi e nello stesso tempo intimamente nostro. Il digitale banalmente ha permesso l’emersione massiva di questa nostra forma liquida che è parte di noi.
Vietare i cellulari basandosi sull’età è una scelta disturbante su diversi livelli. Il primo è che si dà come presupposto che un ragazzo non sappia gestire questo mondo virtuale quanto un adulto. Basta fare un giro su Facebook per rendersi conto che – no – non è un discorso meramente anagrafico. Per questo parlo di supervisione di una persona matura o consapevole. Molti dei genitori dei ragazzi li vedete in rete che lanciano shitstorm sui social, che mandano a pezzi il loro rapporto di coppia con Whatsapp, che ingrassano fake news e condividono spazzatura tossica. Il grosso delle oscenità e degli orrori del virtuale non viene certo dai ragazzini, anzi, viene dal mondo adulto. Molti dei miei studenti non hanno dipendenza da cellulare, sanno quando usarlo e quando no, sanno sfruttarlo per le attività didattiche che gli propongo. La maggior parte. Tutelare la minoranza che invece ha dipendenze da notifiche punendo chi oggi ha trovato un rapporto maturo con questi dispositivi è un’azione grossolana e controproducente.
Il secondo aspetto che mi infastidisce è la vigliaccheria di questa azione. C’è un problema della rete, lo dicono tutti. Lo diciamo noi che siamo in rete dagli anni ottanta. Questa rete (e questa informatica) è sempre più lontana da quella che immaginavamo negli anni ottanta. I dispositivi per le masse per accedere alla rete sono sempre più invasivi, volgari, nascono per creare dipendenza, sono progettati per divorare la privacy delle persone. Informaticamente sono osceni: tolgono il controllo del loro core ai proprietari trasferendolo ai produttori che restano di fatto i reali padroni del ferro. Obsolescenze programmate, hardware e software che impoveriscono l’esperienza informatica *di design* per aumentare la dipendenza e la perenne clientizzazione dei propri utenti.
Le interfacce di utilizzo di questi dispositivi hanno trasformato l’esperienza creativa dell’informatica in una declinazione digitale del vecchio sul divano alla sera con il telecomando che gira, clicca, scrolla, mentre il tempo gli passa addosso come gli ads e gli abbonamenti online. E questo meccanismo è qua, sui Facebook, su X, su Instagram e a cascata sui social più o meno interessanti, nelle dinamiche tossiche dei giochi online e nella loro competizione gonfiata. Lo scrivevo già anni fa, abbiamo internet che ci dà la possibilità di avere conoscenze illimitate e passiamo il novanta per cento del nostro tempo su due o tre piattaforme, sempre le stesse, a cercare l’appagamento dei like, il cibo-scimmia del bioparco.
La vigliaccheria, e torno sul pezzo, è avere un numero ridotto di multinazionali che stanno monopolizzando la nostra parte virtuale, quella di cui parlavo prima, che è una cosa nobile e naturale, e la stanno abbruttendo in maniera sistematica facendo leva – peraltro – su una serie di cose che sono meravigliose. La tecnologia è meravigliosa. Il fatto che io sia qua a scrivere su uno schermo a inchiostro elettronico mentre una pompa di calore riscalda l’ambiente e il mio portatile sta backuppando due tera di dati online via ssh, è meraviglioso. Sapere che tra poco copincollerò questa cosa e che verrà letta da qualche decina di persone è meraviglioso. Non pensatemi come a un luddista o – peggio – a un nostalgico degli anni ottanta. Niente di tutto questo. Ma la tecnologia non deve abbagliarci, non possiamo fare tutto per lei. Specie quando mescola nel suo impasto i veleni di cui parlavo sopra.
La vigliaccheria è quindi punire i ragazzi perché la struttura informatica progettata dagli adulti è oscena. La vigliaccheria è sapere che questi social utilizzano meccanismi di dipendenza che fomentano cattive abitudini, ma non fare nulla per cambiarle perché incapaci di organizzare alternative etiche all’interno di un vorticoso sistema tecno-capitalista. Un vorticoso sistema tecno-capitalista che – ripeto – è meraviglioso. E questo è parte del problema.
Il terzo aspetto è pensare che ci sia un bisogno di un ritorno alla vecchia scuola, alla scrittura a mano, ai rimedi naturali e a tutte le altre sciocchezze di fuffa pedagogica che vengono di volta in volta tirate fuori dai maestri instagram a cui sfugge tutto quello che ho scritto prima. Non c’è niente di naturale nella scrittura a mano. Non c’è niente di naturale nella scrittura, figuriamoci in quella aberrazione che è la scrittura a mano. La scrittura è una tecnologia, quanto quella digitale. I metodi naturali non sono naturali, sono una tecnologia umana applicata al mondo della natura. Non c’è niente di ‘naturale’ nell’aceto, figurati nel corsivo. La natura che ci circonda poi è il risultato di una selezione millenaria dell’uomo, dal neolitico in poi. Abbiamo lavorato sul dna delle cose quando ancora non sapevamo cosa fosse.
Non ho niente contro il corsivo, non lo uso da decenni, ma penso possa essere un bell’esercizio. Ho studiato per qualche anno la scrittura con i pennini e i metodi calligrafici. È stato bello. Ma questo non mi ha formato come persona più di quanto abbia fatto programmare in prolog, suonare il basso, usare una carriola a motore, stampare in 3D, montare una tenda scout, usare una fresa o scrivere poesie in realtà virtuale con un visore.
L’ultima cosa è l’idea – facile – di risolvere un problema che è intimamente educativo, allontanandolo dalla scuola. C’è un problema di uso maturo dei dispositivi digitali e *quindi* la scuola li ritira all’ingresso. C’è un problema di educazione al digitale e *quindi* lo stato vieta a chiunque sia sotto a una certa età l’uso del digitale, a prescindere da ogni altro aspetto sociale e culturale. Sono provvedimenti fallimentari che hanno alle spalle due grossi motivatori: sono fortemente populisti perché intimamente punitivi e consolatori; sono – soprattutto (e come al solito) – a costo zero.
Bellissimo (e illuminante) articolo! Grazie!
Sono molto d’accordo con l’idea che vietare social media e dispositivi ai minori sia una vigliaccheria, soprattutto nelle modalità in cui è espressa, che hanno più a che vedere con una risposta populista a un panico morale che spinge a trovare un bersaglio facile per fingere di risolvere un problema che è ben più grosso e multifattoriale.
Mi rimane un interrogativo, però, sull’influenza di schermi e piattaforme su ragazze a ragazzi, perché sono ancora in piena formazione cognitiva, psicologica e sociale e non disponiamo di studi sul lungo periodo sull’impatto che possono avere (io non sono psicologo né scienziato cognitivo, quindi questa è proprio una domanda aperta, che cerca risposta).
Tanti anni fa mi veniva più da farne una questione generazionale, ma mi sembra ormai evidente che i problemi di cui parli sono trasversali e l’alfabetizzazione critica al digitale dovrebbe riguardare tutte le fasce di popolazione, vista la situazione (drammatica) che descrivi molto bene. Ammetto, comunque, che spesso ho la tentazione di toglierli proprio a tutti, i social media commerciali, soprattutto da quando si sono ormai concentrati sulla forma del video breve, che ritengo abbia un effetto devastante nella maggior parte dei casi.
Tu hai il polso della situazione molto più di me, per quel che riguarda le giovani generazioni in particolare, e il tuo sostanziale ottimismo è sano e anche un po’ contagioso: io intorno vedo un quadro molto più disperante ma, anche in questo caso, trasversale tra le generazioni. E vedo pochissime persone in grado di usare social media e dispositivi in modo critico, sensato, oppure usare strumenti alternativi, non gestiti dai giganteschi monopoli che hanno costruito (dis)servizi terrificanti.
Sento, però, intorno, sempre più persone stanche di certe dinamiche, certe forme di interazione, certe tossicità che sono inserite “by design” nel digitale che usiamo, come sottolinei tu. Ed è su questo che bisognerebbe fare leva: costruire una grande alfabetizzazione critica al digitale, di massa, dal basso, perché tutte le persone possano avere gli strumenti per orientarsi criticamente nello spazio digitale che abitiamo e poter scegliere quali servizi sono utili e come usarli, quali evitare e per tenere alta una vigilanza che è, allo stesso tempo, anche una vigilanza sui meccanismi sociali, culturali e democratici. Ci sono tante iniziative più o meno piccole in giro, con cui si seminano conoscenze e prospettive critiche e lo si fa collettivamente, partendo dai bisogni delle persone. Come si fa a trasformarle in una valanga che prende forza e arriva (più o meno) dappertutto?
(forse l’unica cosa su cui sono in disaccordo è la separazione – se pur sottile – che fai tra reale e virtuale: l’agire su un social media attraverso un dispositivo è reale tanto quanto fare due chiacchiere al tavolino di un bar, anche se le due esperienze hanno caratteristiche diverse, così come la costruzione dell’identità in rete è reale tanto quanto quella che facciamo quando andiamo al mercato o interagiamo con genitori/figli/altre persone – ma so che lo sai già, probabilmente è solo questione di esprimersi in modi diversi su questi concetti)