Sul mio computer ci sono migliaia di foto che ho fatto, sono tutte di risoluzione diversa a seconda degli anni in cui le ho fatte, a seconda del livello tecnologico che in quel momento il mercato aveva raggiunto. Di queste migliaia di foto, quelle che ho fatto per inquadrare qualcosa e fermarlo nel tempo saranno una decina. Tutte le altre foto sono nate per comunicare, per condividere.
Sono foto disordinate, foto di oggetti, frammenti di qualche viaggio, visi dei miei figli che sorridono, che piangono, che mi abbracciano, che usano prodotti, che mangiano. Riaprire molti di quei file mi fa male: ci sono dentro le energie di quegli anni, ci sono dentro i fallimenti della mia vita nel momento in cui non sapevo ancora che sarebbero stati dei fallimenti.
Molte, moltissime foto sono foto di cose che ho fatto per lavoro per raggiungere degli obiettivi che ho mancato o che ho raggiunto molto parzialmente. Se fossi una persona intelligente cancellerei tutta quella roba, quella massa di immagini che oggi possono solo farmi del male. Ma in mezzo ci sono anche piccole cose che invece non rivedrò mai più: un posto bello in cui ero stato e che ho completamente dimenticato. Un frammento della mia vita di cui sono fiero e che anche quello non esiste se non in quella manciata di bit.
Sono morte diverse persone che conoscevo negli ultimi anni, persone con cui avevo lavorato, che avevo conosciuto di persona o che non avevo mai visto nella mia vita reale. Ma che in qualche modo conoscevo. Ogni persona si lascia dietro migliaia di file, aggiornamenti di stato che dicono quello che pensano del mondo, di un gelato, di un ristorante, della guerra in mediooriente; sono ancora tutti lì accanto alla foto profilo, come se fossero ancora tutti vivi.
Questo sciame digitale sembra eterno ma in realtà è fragile. La sua riproducibilità tecnica vive accanto a un accumulo continuo di contenuti che si coprono gli uni sugli altri, una fiumana comunicativa che annichilisce il singolo elemento, possono tutti concorrere ad un addestramento degli algoritmi, ma sono file sempre più fragili e inutili man mano che ne arrivano altri migliaia e migliaia al secondo. Il singolo file svanisce, rimane – forse – il suo addestramento per generare altri migliaia e migliaia di file desunti, cosplayer di quell’impalpabile momento di vita originale.
Questi file sono appiccicati alla mia esistenza, una volta che questa non ci sarà più, anche quei file lentamente perderanno la loro forza e la loro identità. La loro riproducibilità tecnica è un’illusione: nessuno ha bisogno di conservarli e di farne copie di backup perché il processo di generazione di altri file è senza interruzione e non è sostenibile. Non ci riesco io, figurati dopo di me. Verranno divorati dagli algoritmi, presa la loro standardizzazione degli spazi, dei volti, dei vettori di movimenti, dei sorrisi, della forma degli oggetti, i vuoti e i pieni delle strutture. L’essere o non essere della luce. Verrano divorati e poi sputata la loro forma digitale, ormai improduttiva. Qualcosa o qualcuno li cancellerà. Una pulizia di un server, un incendio, un errore o la sistematica frantumazione degli oggetti digitali di cui l’upgrade continuo si nutre. La forma dei ricordi finirà vittima dell’obsolescenza del proprio formato.
[da “diario”, appunti di oggi]
