Sto traslocando e ogni tanto spuntano fuori piccoli oggetti, fogli, ricordi di cose che sono stato e che – in qualche modo – hanno fatto parte dell’impalcatura di quello che sono oggi. Due, personalissime, le voglio condividere. La prima è una cartolina postale che ho inviato ai miei genitori dalla colonia estiva aziendale in cui ero. 1978, avevo otto anni e nel testo, scritto in parte in corsivo in parte in stampatello, rassicuro mia madre sulla mia salute e chiedo, cito, una musicasetta di goldreiq. Ecco, dopo aver scritto tutto PECMEN, il romanzo ambientato tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, dove parlavo di robot giapponesi e cabinati di videogame, trovare queste cose è come una agnizione. “Ma allora tutte quelle cose che raccontavo sono successe davvero…” mi viene da pensare tenendo la cartolina in mano.

cartolina postale manoscritta

Il secondo reperto, trovato dentro la mia copia del Silmarillion, è un foglietto scritto probabilmente da Alessandro, con le istruzioni per fare la mia prima connessione in rete con l’Apple II. Non c’è data, ma è presumibilmente il 1988, dieci anni dopo la cartolina postale di goldreiq, mi è stato prestato un modem a 300 baud e il foglietto con tutte le specifiche per fare le saldature al cavetto seriale, le specifiche della parità dei bit di connessione, le NUI e le NUA di itapac, i numeri di telefono con le principali BBS genovesi dell’epoca. Rileggere le NUA di accesso ad AMP o QSD, il primo gioco multiplayer online e la prima chat online a cui mi sia mai connesso, anni e anni prima dell’arrivo di internet, è stato straniante. Avevo in mano un foglietto che avevo conservato quasi quarant’anni in cui erano segnati i primi passi che avevano portato poi a essere qua adesso, a scrivere dentro un CMS, taggare, marcare testo.

Capisco che sia una emozione difficile da comunicare, ma trovare questi due foglietti, oggi, è stato liberatorio. Siamo circondati da cose, oggetti transizionali, feticci che ci identificano e che ci aiutano e essere quello che siamo e che poi – naturalmente – finiscono nell’incessante moto distruttivo del tempo e del ciclo vitale. Ritrovare qualcosa che fa parte di noi e che non ricordavamo nemmeno esistesse, è una sorta di conferma della nostra esistenza passata, un archetipo della struttura che poi – è bene aggiungere – è opportuno che si inabissi di nuovo per non rischiare la malattia tossica della nostalgia.

foglietto con istruzioni per connettere un computer a BBS e itapac, negli anni ottanta

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