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Fai coding con la tua console Nintendo

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Una cosa che ho sempre detestato delle console per videogiochi è la loro non-programmabilità. Si possono usare solo comprando videogiochi scritti da software house ed è difficile per uno sviluppatore indipendente, ancora di più per un semplice appassionato, scrivere propri software.
Chi è padre o madre di figli che hanno un Nintendo lo sa bene: i videogiochi sono distribuiti ad alto livello, attraverso uno o due canali ufficiali che creano un monopolio distributivo intaccabile.

Per me è stata quindi una sorpresa l’uscita sul mercato europeo, qualche settimana fa, di SmileBasic, un linguaggio di programmazione nato per Nintendo 3ds e prodotto dalla giapponese SmileBoom. SmileBasic non è un tool per scrivere giochi (ci sono altri programmi di questo tipo, anche della stessa SmileBoom), ma una vera e propria IDE per la scrittura di codice in BASIC. Dopo aver visto la foto del CEO di SmileBoom sono rimasto convinto della professionalità del prodotto e ieri sera ho acquistato il programma (il costo è di circa 10 euro).

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Il Nintendo si trasforma così in una piccola console per programmare: lo schermo touch diventa una tastiera completa per il coding, mentre lo schermo superiore è usato per editare il codice e vedere i risultati della programmazione.

SmileBasic è un software interessante per diversi motivi.

Il primo è che scardina la filosofia “chiusa” dei Nintendo. Con SmileBasic si esce dal ruolo “consumer” per mettersi dall’altro lato del microprocessore e iniziare a inventare e scrivere i propri programmi. Non si tratta di un tool di apprendimento, come Scratch!, ma di un vero e proprio linguaggio, con un editor per scrivere codice, una console per l’interrogazione e un set di comandi abbastanza sofisticato da coprire buona parte delle caratteristiche tecniche del Nintendo (doppio schermo, touch, sensori, pad, pulsanti…). È quindi possibile avere un’esigenza, un’idea, un progetto, aprire la propria piccola console e iniziare a programmare codice.

Un secondo punto interessante è la possibilità di SmileBasic di connettersi ad un server per condividere i propri programmi con altri programmatori. Il “canale unico” di Nintendo viene bypassato e si può accedere ad una libreria software libera, contenente diverse centinaia di programmi, giochi, utility completamente gratuita.

Infine, il programma è davvero fatto bene. Non si tratta di un porting frettoloso, ma l’IDE presenta una serie di finezze per aiutare lo sviluppatore (bambino e non) a prendere confidenza con il programma: il passaggio dalla console all’editor del codice è immediato e logico, l’help contestuale dei comandi è sobrio e non intrusivo, i programmi dimostrativi sono tutt’altro che banali (tra cui alcuni arcade di tutto rispetto) e il codice aperto permette di studiare e capire come sono stati scritti. Certo: la piccola tastiera virtuale dello schermo touch non è fatta per scrivere migliaia di righe di codice, ma i suggerimenti contestuali aiutano e – ragazzi – non si diventa nerd senza qualche piccolo sacrificio.

Nei prossimi mesi ci giocherò un po’, e – se riuscirò a fare qualcosa di interessante – condividerò anche io il mio programma con la comunità di programmatori di Nintendo 3ds. Che sia arrivato il momento di avere una interactive fiction per console?

13. settembre 2017 by fabrizio venerandi
Categories: digitale & analogico, Programmazione | Leave a comment

Leggere i videogiochi

Schermata di Night in the woods

Questa estate ho letto un videogioco. Si intitola Night in the Woods e si presenta come un normale platform 2D. Entrando nel videogioco e iniziando a muoversi nella piccola città dove è ambientata la storia, ci si rende conto che è proprio la narrazione a strutturare tutti gli elementi del gioco, che diventano dei pretesti (o meglio: dei meccanismi) per accedere alle diverse fasi della storia stessa.

Così, spostando e facendo saltellare un buffo gatto antropomorfo, si assiste e scopre il degrado della periferia americana, il dolore per la perdita del lavoro, il precariato, i problemi economici, la difficoltà a gestire i propri sentimenti personali. Entrano e vengono assorbite dal videogioco tematiche mature, inconsuete per un media divorato dall’entertainment.

La cosa più emozionante, per me, è che questa storia è parcellizzata (o atomizzata) in tutti gli elementi che compongono il videogioco. Si ha una idea del luogo, della sua storia, dei suoi personaggi, andando in giro e parlando con chi si incontra, guardando i posti, riscoprendo il proprio passato. Sta al lettore/giocatore ricostruire questa frammentazione dinamica di informazioni, ricostruendo una propria visione del luogo, a seconda anche delle cose che si è riusciti a scoprire, a vivere, o al tipo di dialoghi che si è intessuti con i personaggi.

Alcuni meccanismi mi hanno ricordato, per certi aspetti, un vecchio videogioco della Lucas, Loom. Il limite di Night in the Woods è – ad un certo punto – il lasciarsi schiacciare dalla storia. Una delle trame prende il sopravvento e annichilisce il videogioco che – per un tratto – assomiglia più a un cartone animato interattivo. Forse gli autori hanno sentito la necessità di dare un tono narrativo più marcato e riconoscibile, uno svolgimento che desse l’idea del romanzo (un po’ alla Stephen King) e portasse al finale della storia in maniera più “tradizionale”. Ma imho non ce ne era bisogno e le cose più interessanti sono altrove.

Molti momenti lirici di grande bellezza, i sogni, i dialoghi con gli amici della scuola. Molte idee intriganti e ben sviluppate. Tra queste quella di inserire nel videogioco il videogioco preferito dal protagonista, permettendo al lettore/giocatore di giocare al videogioco dentro al videogioco. Uscire da un videogioco dopo un ora di partita e di trovarsi ancora dentro a un videogioco dà un certo senso di straniamento.

L’ho finito e lo sto rileggendo/rigiocando per scoprire le cose che non avevo scoperto nella prima lettura, per capire meglio certi passaggi. E per sbloccare le secret narrative che ancora non ho vissuto.

Anche questa – termino – è letteratura elettronica. E anche per questo mi auguro che gli ebook escano dal guscio librario in cui sono stati fino ad oggi costretti. Perché ci sono ancora molte storie da raccontare e i paletti che definiscono generi e strumentazioni sono paletti piantati nella sabbia. Questo è il momento giusto per prenderli e spostarli.

12. settembre 2017 by fabrizio venerandi
Categories: digitale & analogico, ebook concetti generali, ebook recensioni, Interactive Fiction | Leave a comment

Consigli per le letture estive

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Se proprio non volete leggere “Il mio prossimo romanzo“, scelta a suo modo rispettabile, ho un libro da consigliarvi, anzi, una collana di libri.

Nel 1940 il matematico Edward Kasner teorizzò assieme a suo nipote l’esistenza di due nuovi numeri, il googol e il googolplex.

Il googol è il numero uno seguito da cento zeri (10 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000).

Il googolplex è invece il numero uno seguito da googol zeri.

Ovviamente googolplex è talmente lungo da non poter essere stampato, o almeno così si pensava finché Wolfgang H. Nitsche nel 2013 ha creato 10 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 diversi volumi che, messi assieme, contengono tutto un googolplex. Il primo volume contiene, come prima cifra il numero 1, seguito da quattrocento pagine di zeri. I successivi 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 999 9 volumi contengono gli zeri restanti.

I volumi sono regolarmente registrati all’ISBN, anche se è stato assegnato un solo ISBN a tutti i volumi. Se infatti avessero assegnato un ISBN ad ogni singolo volume, non ne sarebbero restati per tutti gli altri libri del mondo: ISBN sarebbe stato completamente saturato.

I singoli volumi sono liberamente scaricabili in PDF, dal volume n. 1 al volume n. 10 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000.

Se qualcuno preferisce l’odore della carta, è anche possibile ordinare la versione cartacea del volume richiesto.

La cosa intrigante di tutto l’esperimento, dal punto di vista dell’editoria digitale, è che questi ebook sono un po’ come dei gatti di Schrödinger. Non esistono davvero quei PDF, ma se ne volete uno lo avrete. Finché non lo scaricate esiste e non esiste, nello stesso tempo.

Btw, per chi amasse rilassarsi ascoltando un buon audiolibro, su youtube c’è un video con una lettura parziale del primo volume, circa sei ore di zeri.

Buona lettura.

20. giugno 2017 by fabrizio venerandi
Categories: digitale & analogico, ebook concetti generali | Leave a comment

Il mio prossimo romanzo

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DISCLAIMER: post ad alto contenuto autoreferenziale

Essendo questo il mio blog, non posso non raccontare a chi lo segue che è uscito un mio nuovo romanzo che si intitola Il mio prossimo romanzo per Antonio Tombolini Editore.

Si tratta di un romanzo lineare: niente interattività o ipertesti. Si legge una pagina dopo l’altra. Non si tratta di un passo indietro rispetto alle cose più recenti che ho scritto, come le Poesie Elettroniche, ma di uno dei tanti modi che ha uno scrittore per organizzare le proprie interiora.

Sono molto contento di questo romanzo. Portare a termine un progetto iniziato dodici anni fa e che sembra scritto di getto ieri pomeriggio, è stata davvero una rivelazione anche per me.

È anche il primo romanzo in cui, mentre scrivevo il testo, avevo in mente che qualcuno lo avrebbe dovuto leggere e che quello che doveva godere era più lui che io.

È un romanzo divertente. Se siete gente che lavora nell’editoria o che scrive, ancora più divertente. Io lo rileggevo e ridevo.

È un romanzo che mentre leggevo i mesi scorsi le bozze per l’editing mi meravigliavo che esistesse. Non ricordo, voglio dire, come sono nati i pezzi, come mi è venuto in mente di raccordarli, come sia stato possibile che pezzi di dodici anni fa si mettessero comodamente accanto ad altri scritti pochissimo tempo fa. È quasi un romanzo che si è scritto da solo, autogenerantesi, ogni capitolo ne richiamava un altro che magari arrivava pronto dopo sei sette anni, e viceversa.

È un romanzo in cui metto da parte i miei fantasmi e parlo di cose che sono fuori e dentro di me. È un romanzo sul come si cresca, si diventi adulti, covando dentro di sé le stesse ansie e gli stessi complessi di quando si era ragazzi.

È un lungo invito a smettere di credere nella scrittura, nell’editoria, nella letteratura, e nello stesso tempo un atto d’amore verso questa capacità dell’uomo di stendersi per terra come un cadavere e aprire la bocca e fare uscire storie, solo muovendo bocca e mandibola e emettendo suoni articolati.

È un romanzo che è due romanzi, perché è anche un metaromanzo, ma costa uguale. Nascosto nel romanzo c’è un errore che se uno lo vede capisce che tutto il romanzo può essere letto in una chiave completamente diversa. Come una secret nei videogiochi.

È un romanzo che non sarebbe mai mai mai nato senza tante persone che in corso d’opera mi hanno detto che stavano ridendo mentre lo leggevano. Fare ridere scrivendo è un po’ come accendere un fuoco con i legnetti durante il campo scout, alla fine c’è sempre qualcuno che ha un accendino nascosto.

È un romanzo che se non vi piace non diamo rimborsi, spiacenti, eventuali refusi sul fondo della confezione sono testimonianza della genuinità dell’opera.

19. giugno 2017 by fabrizio venerandi
Categories: ebook recensioni | Leave a comment

Descrizione di mondo #2

Oggi pomeriggio/sera sarò a Milano a presentare una poesia elettronica, un po’ particolare. Si tratta di una poesia che non è nell’ebook delle Poesie Elettroniche, ma di una installazione costruita apposta per la “Riscrizione di Mondo“, tema dell’evento.

La base di partenza di questa poesia/installazione, che presenterò attorno alle diciotto, è una descrizione del mondo tratta dalle Etimologie di Isidoro di Siviglia.

Apparirà sullo schermo; dopo di che, la descrizione della terra inizierà a subire dei morphing, influenzata dai rumori di ambiente esterni alla lucida e razionale prosa di Isidoro.

Il mondo, il suo baccano, sposteranno il focus descrittivo dal mondo esterno allo scrittore, al mondo interno del riscrittore. I cieli, i fiumi e i mari verranno man mano sostituiti dagli organi interni del venerandi, dalle sue paure, dalla sofferenza umana del distacco e dell’invecchiamento.

La dimensione logica e sintattica rimarrà uguale, ma cambieranno gli elementi che compongono la descrizione. Chi fosse nei paraggi, è il benvenuto.

26. maggio 2017 by fabrizio venerandi
Categories: electronicPoetry, EPUB3, Programmazione | Leave a comment

Qualcosa sui link, sul digitale e sul tempo

[Un post non tecnico che parla a modo suo di connessioni, di digitale e di gestione del tempo. È lo storytelling, bellezza]

Ieri sera capita che si parli di collegamenti, di rete e resto con il computer spento, cellulare spento, tutta la sera. Vado in sala e inizio a svuotare un piccolo mobile di legno, dove teniamo i vinili di una vita fa, li metto da parte e poi prendo l’olio per mobili e inizio a pulire con cura tutto il mobile, poi spolvero i vinili uno a uno. Metà dei vinili sono miei, metà sono di Maria Cecilia.
Ci trovo cose mie che non ricordavo nemmeno di avere più: gli Smiths, i Cure, Les negresses vertes. E tanti dischi strani di Maria, roba scritta in russo, musica classica, canti della rivolta. Un disco, suo insapettato, dei Culture Club. Residui nostri, dei fratelli e sorelle, dei genitori.
Li sfoglio, guardo la grafica come cambia nel tempo, le follie colorate degli anni sessanta, il fintismo degli anni ottanta, qualche lucidità plasticosa degli anni novanta. Cerco di capire qual’è l’ultimo disco che ho comperato. Forse è 7, un singolo di Prince dei primi anni novanta, prima dell’avvento del cd. Forse un acustico di Bennato.
Finito il mobile inizio a mettere a posto la libreria, dopo l’alluvione ancora non l’ho rimessa a posto, i libri sono messi così come li abbiamo tolti dagli scatoloni. Inizio a togliere la polvere quando mi rendo conto di quanta libertà – improvvisamente – abbia. Un senso di libertà come quando posi un grosso zaino pieno di roba e inizi a camminare per il centro senza niente, le mani in tasca.
E capisco che questa sensazione è data dal fatto che non sono connesso. Non sono in rete, non c’è niente che debba condividere, nessun forum da controllare se mi hanno risposto, nessuna mail di lavoro che arriva a tradimento nel momento in cui non dovrei lavorare. Nessuna notifica, niente.
Poi salgo nel letto di secondogenito e leggiamo un libro fumetto game per quasi un ora, fino allo sfinimento.
La mattina dopo sto bevendo il caffè e penso che io me la cavo. So che esiste un mondo non virtuale in cui posso vivere. Non che la rete sia qualcosa di diverso da me. Io sono anche la rete, io sono anche quello che scrivo, quello che commento, quello che condivido. Sono anche il codice che eseguo, sono io quanto quello che parla, che balbetta, che si addormenta.
Ragazzi, dico a primo e secondogenito che stanno sorbendo le loro colazioni davanti a me. Se oggi tornaste a casa e scoprite che manca la luce. Un guasto. Siete a casa con la luce che manca, liberi di fare quello che vi pare tutto il pomeriggio, solo senza luce e avete anche il cellulare scarico, cosa fate?
Ci pensano e – in maniera diversa – mi dicono entrambi che cercherebbero di raggiungere il cellulare/telefono più vicino e chiamare qualcuno da cui andare. Un parente, degli amici.
Ma restare in casa, senza elettricità e quindi – a cascata – niente computer e rete e quindi, ancora a cascata, senza connessione, per loro è impensabile. Appena si spegne l’elettricità a casa subentra la noia, l’isolamento.

Lascio i figli nelle rispettive scuole, entro in questo bar per prendere un caffè e c’è la tv accesa, due tv accese tutte e due sullo stesso canale fininvest, canale 5. C’è una donna casalinga, una nonna, una nonna d’italia che parla, in questo finto ambiente tipico fininvest, le luci elettriche, i colori elettrici, il pubblico finto, il giudice finto, il presentatore finto, tutta questa parodia milanese della vita reale e scorrono le scritte in sovrimpressione che confermano quello che stavo capendo, ovvero donna d’italia che scopre il nipote omosessuale e potranno mai degli omosessuali crescere un bambino? C’è anche l’omosessuale che – finché io sono nel bar dice solo due o tre frasi con la stessa autorevolezza di una comparsa uscita da sense8.
Di colpo mi sembra di essere piombato negli anni novanta, quelli più vuoti, quelli in cui mi immagino che c’è una fetta d’italia fatta di donne che alla mattina alle dieci sono in casa con la tv accesa su canale cinque che mentre fanno le casalinghe sentono questa loro simile che dice che “tutto mi aspettavo meno che mi dicesse che era omosessuale” e poi inquadrature sulle risate, i sorrisi della gente, l’orrore di un lavorio quotidiano di una informazione-non informazione che prende spazio nelle idee della gente così, con un lavoro metodico, sporco, accondiscendente, esibito e nello stesso tempo pronto a ritirare la mano, a nascondersi nelle infinite pieghe degli infiniti mattini di canale cinque.
Ho nausea, reale, nausea di pensare queste cose, di pensare una frase come “fanno le casalinghe”. Nausea di questo mio borbottio borghese. Nausea di essere così smart, così geek, così dead in una nazione che ragiona e macina ragioni con gli stessi strumenti mass-mediatici di mio padre. Persone che – mi racconta Maria – quando gli dici che alla sera non guardi la televisione, che gli dici che sono anni che non guardi il telegiornale ti guarda attonita. “E come ti informi?”.
Negli anni ottanta mi collegavo alle prime bbs genovesi e poi la cosa è esondata, molto diversamente da quello che pensavo, molto di più di quanto avessi immaginato. C’è una seconda informazione, digitale, ad accesso libero, casuale come si dice in informatica, che ha cambiato completamente il modo di rapportarsi alle cose. Negli anni ottanta sognavo cose che oggi, timidamente, iniziano ad essere una realtà. Una realtà che si trascina dietro altri nuovi problemi; di persistenza dei dati, di distrazione, di saturazione del tempo e delle informazioni, di privatezza delle cose della propria vita, di accentramento di informazioni e di gestione informatica delle informazioni in mano a pochi, pochissimi soggetti sovranazionali.
Eppure non tornerei indietro. Di fronte a quella donna che più parla più invecchia e fa invecchiare il mondo, di fronte a quelle luci colorate senza possibilità di replicare, di spegnere, di rimuovere quel filtro patinato che copre tutto come una glassa soffocante, di fronte a questo grosso pezzo d’italia, il più grosso pezzo d’italia, preferisco continuare ad andare avanti e rimanere in questo baccano, in questo frastuono digitale.

Alla sera sono sulla spiaggia di Boccadasse con terzogenita che butta pietre nel mare e parzialmente a se stessa e a chi la circonda e Maria che parla con persone care incontrate inaspettatamente, quando vedo una ragazza con un bimbo piccolo che mi guarda, mi sorride, si avvicina e mentre si avvicina io la guardo come se – dentro la ragazza – ci fosse qualcosa che riconosco e qualcosa che però no; una connessione analogica, profondissima, umana; e lei viene fino da me e mi dice ma tu sei mica akela? e io la guardo ancora, dentro, scavo e la vedo emergere, il suo viso bambino che mi guarda compito e lei mi dice ancora, ti ricordi di me? e io le dico certo che mi ricordo di te e lei sorride, e aggiunge questo è matteo, il suo bambino che mi spia tra le gambe di lei. “E poi c’è questo” e apre la giacca e vedo la sua pancia grossa piena di un’altro bambino.
“L’ultima volta che ci siamo visti…” inizio.
“Avevo otto anni” dice lei. “È passato un po’ di tempo”.
“Mi ricordo di te, benissimo”
“Eri il mio akela preferito”, dice.
“Mi sento lusingato. E vecchio”
“Non così vecchio, dai. Vieni che ti presento mio marito”.

Così, link improvvisi a Boccadasse.

09. marzo 2017 by fabrizio venerandi
Categories: digitale & analogico | Leave a comment

Il futuro è di cartapesta

Gutenberg Museum Fribourg - Cylindrical Printing Plate Made of Lead for Letterpress Printing

Ieri ero a Torino per il laboratorio di creazione ebook, e mentre aspettavo i primi corsisti sono andato a prendere un caffè. Bevo il mio caffè e vedo questa réclame di Espresso che dice che per fortuna il futuro è del cartaceo, c’è questo disegno un po’ puerile con un bambino che mette dei blocchi con le lettere che dicono che il futuro è cartaceo e ai suoi piedi dei tablet rotti.
Fotografo la reclame e la condivido su facebook, e oggi vedo che il dibattito rimbalza su diverse bacheche e emergono una serie di botte e risposte che pensavo che fossero morte e sepolte in questo primo sessennio di vita degli ebook in Italia.
Vorrei circoscriverne qualcuna, per mettere i piedi per terra e vedere se questa ennesima polemica non sia piuttosto una qualche azione di marketing per rassicurare questo o quel gruppo di lettori della rivista.
Il primo è che ci sia una lotta tra digitale e cartaceo. Che esistano dei fautori del digitale a tutti i costi, fautori che godano nel vedere la morte del libro, e che ci siano poi luddisti che con gli zoccoli fracassino computer per mantenere riviste e libri saldamente analogici.
Tutto questo non esiste. Le riviste analogiche, i libri analogici, di carta che profumano di carta, sono fatti, ideati, progettati, sviluppati e prodotti con software di scrittura, programmi, computer, macchine fotografiche, documenti cloud condivisi assolutamente e nativamente digitali.
I contenuti che leggete su carta nascono, spesso, da ricerche, condivisioni e informazioni che arrivano dalla rete. Provate a togliere a una redazione “analogica” tutto il brutto e cattivo apparato digitale per una settimana e vediamo.
La verità è che il digitale mette a nudo la lettura. La scorpora di un sovraprodotto che gli editori vogliono ancora tenere con sé perché funziona. L’oggetto. La gente compra oggetti, non la lettura denudata. Come dargli torto. Ma dovrebbero – gli editori- avere il pudore di non ammantare questa scelta commerciale di qualche fumosa scelta etica o culturale che non esiste.
Perché non c’è niente di male a creare oggetti. Fisici. E volere fare oggetti che raccontano storie, che danno informazioni. Non c’è niente di male. Il male è sfruttare il luddismo anti-tecnologico per argomentare una scelta che dovrebbe stare in piedi da sola, per la qualità del progetto che ci sta dietro.
Tra le altre cose che emergono in questi casi, quelle dell’apprendimento. Con il digitale si apprende meno e male rispetto al cartaceo. Qui i detrattori si dividono in due gruppi, a volte anche all’interno dello stesso post. Il digitale è meno adatto per apprendere perché troppo liquido e frammentato rispetto alla nobiltà tipografica del libro. In pratica, è più difficile studiare in digitale.
Nello stesso ragionamento però può anche capitare di imbattersi nella tesi opposta, gli ebook con video e multimedialità presentano una versione facilitata della cultura, banalizzata, mentre l’apprendimento richiede il duro studio di nozioni omogenee, non certo video e musichette.
Quando si inizia a discutere c’è sempre poi qualcuno che a difesa della tesi inizia a linkare: sei, sette studi di qualche università americana che evidenziano come gli studenti che studiano su carta hanno risultati migliori di quelli che hanno studiato in digitale.
In genere questi articoli e questi studi sono disponibili solo in digitale, il che – volendo – ha una sua ironia. Ma ha anche un vantaggio: avendo tempo libero uno può andare a leggerseli.
Io ad un certo punto me ne sono andati a leggere due o tre. Li ho scaricati, effettivamente dicono che chi studia su carta ha avuto risultati migliori di chi ha studiato su digitale. Allora sono andato a cercare, negli studi, due dati che secondo me sono essenziali.
Posto che gli studenti normali hanno studiato sui libri, ovvero hanno studiato sul “top” della tecnologia analogica per l’apprendimento, la mia curiosità era: su cosa hanno studiato gli studenti che hanno studiato il digitale? Hanno anche loro studiato con il “top” della tecnologia digitale? Era uno scontro alla pari?
Sarò stato sfortunato, ma gli studi che ho sfogliato, di questo non parlano. Venivano citati generici “e-text”, ma non c’era scritto niente su due cose che – secondo me – dovrebbero essere abbastanza importanti.
La prima: gli e-text erano contenuti progettati per sfruttare il digitale, costruiti con la stessa cura e coerenza di un libro cartaceo o si trattava di pdf di stampa dei libri di testo, o peggio ancora materiali disomogenei raccolti in quanto digitali? Ancora: con che consapevolezza didattica e tecnologica erano maneggiati dai docenti (e dagli studenti)? [grazie Marco Dom]
La seconda: con cosa sono stati fruiti questi contenuti? Con che device? Con che qualità di “stampa digitale”? Con che applicazioni e strumenti di annotazione, sottolineatura, raccordo?
Di questo, negli studi che mi sono capitati sotto le mani, citatissimi in rete, non c’era traccia. L’impressione, devo dirlo, è che questi malcapitati studenti fossero stati costretti a studiare delle pagine web in scrolling, magari su qualche tablet android entry level.
Se qualcuno pensa che la qualità della device sia un particolare secondario, rispondo con un aneddoto: anni fa un operatore mi confidò che era stato in una classe che aveva sperimentato per un anno lo studio su tablet. L’anno successivo erano tornati alla carta. L’operatore aveva chiesto sbalordito il perché, e la risposta era stata che gli studenti “avevano alla fine delle lezioni, male agli occhi”.
Mi chiedo quante scuole che si avvicinino oggi al digitale affrontino il tema dei pixel per pollice delle device da acquistare, o la gestione della luminosità in relazione a quella dell’ambiente. Eppure, credo che gli stessi docenti messi di fronte a un libro di testo stampato su carta badino anche alla qualità del libro, della rilegatura, della leggibilità dei caratteri, della bontà della carta utilizzata. Non adotterebbero dei fogli male fotocopiati e pinzati insieme alla buona.
Il futuro è del digitale? In realtà il futuro è nelle idee, nella creatività. Il digitale ci sta offrendo degli strumenti, impensabili precedentemente. Il digitale si va a rintanare in tutte le cose in cui lo riusciamo a mettere: nella carta, nelle schedine arduino, nella domotica, nel cloud, negli ebook.
Pensare che il futuro sia ‘nella carta’ è forse uno slogan di lancio di un prodotto di carta; ma non ha niente a che vedere con tutto questo colosso che sorregge il prodotto di carta. Un colosso che è per buona parte digitale e lo sarà sempre di più.

27. febbraio 2017 by fabrizio venerandi
Categories: ebook concetti generali, Mercato del lavoro | Leave a comment

Impaginatori di digitale #4 (parlando di Choice of Alexandria)

La scorsa estate ho letto/giocato a Choice of Alexandria, una applicazione per Android compatibile con il mio lettore ebook Onyx M96. Si tratta di una App che non utilizza né grafica, né suono: Choice of Alexandria is an interactive novella by Kevin Gold, author of “Choice of Robots.” Your choices control the story. It’s entirely text-based–90,000 words, without graphics or sound effects–and fueled by the vast, unstoppable power of your imagination.
È stata una lettura molto interessante per diversi motivi.
Innanzitutto perché si tratta di electronic literature applicata. Quando in genere trovo articoli o saggi di letteratura elettronica si dà ampio spazio a esperimenti colti o di rapido folklore, mentre difficilmente trovo attenzione su quello che è stata, dagli anni settanta in poi, una applicazione ludica della narrativa elettronica, ovvero l’interactive fiction.
Le avventure testuali, i MUD, i MUSH sono di tanto in tanto rapidamente citati, ma la loro natura ludica ha messo in secondo piano il grande paradigma di scrittura atomica che raccolgono.
È un tema che mi sta molto a cuore: il mio primo vero lavoro di narrativa, nel 1989, è stato infatti un MUD, Necronomicon. Con Necronomicon ho avuto modo di toccare con mano come cambi la prospettiva di scrittura quando si lavori con la narrativa interattiva. Quello che in un racconto deve avere compattezza, tempi, scene con una costruzione che rassomiglia ad un palazzo in cui getti fondamenta, colonne, pareti, travetti, fino al tetto e oltre; ecco, in una interactive fiction diventa invece un lavoro sulla frammentazione infinitesimale di ogni singolo elemento che risulta interrogabile dal lettore. Il lettore interroga gli elementi e deve poi stabilire connessioni, rintracciare elementi contigui, scoprire accadimenti consequenziali. Si tratta di due prospettive di lettura completamente diverse: e quindi anche di scrittura. La cosa più affascinante (e sfibrante) è quella di creare un ambiente in cui le tue storie vivono. Dare la possibilità al lettore di seguire una strada diversa rispetto a quella che avevi in testa tu quando hai creato la prima versione della tua narrazione. Lo snodo narrativo è proprio in quell’appartamento dove il lettore troverà la fotografia che rivelerà il passato del protagonista: ma il lettore potrebbe decidere di scendere al piano di sotto, di andare in un altro appartamento e tu – scrittore – devi immaginarti anche quello. L’idea è che lo scrittore diventi un abbozzatore di mondi che contengono storie, e non di una singola narrazione.
Choice of Alexandria è un esempio (come Lifeline, di cui ho già parlato) di come queste cose ci abbiano cambiato. Discutevo qualche giorno fa con uno scettico dell’EPUB3, il qualche chiosava dicendo che aveva visto negli ultimi anni tante persone che volevano cambiare il mondo della scrittura, trovare la lettura del futuro e poi – dopo qualche tempo – erano spariti nel nulla. Io ribattevo che anche io li avevo visti: Enrico Colombini, la Infocom (con i suoi Zork), tutti i MUD ancora oggi attivi e giocati. E dicevo che questa narrativa interattiva, non solo ha avuto nel suo momento un grande successo, ma ci ha cambiato. Ci ha dato idee che si sono sviluppate in ambiti digitali diversissimi, da WOW a Second Life, da Lifeline a Choice of Alexandria appunto. Non solo l’electronic literature esiste, ma ha già cambiato le teste di chi ha avuto modo di maneggiarla negli ultimi decenni.
unnamedChoice of Alexandria aggiunge un tassello importante a questa narrazione. Non è infatti una avventura testuale in senso stretto, e neppure una storia con scelta a bivi. L’idea, davvero intrigante, è quella di programmare l’intera storia come una sorta di Sim City narrativa, o una Santa Paravia & Fiumaccio.
Il cuore della narrazione è infatti una simulazione. Il lettore si trova di fronte ad una prosa, al termine della quale deve prendere una scelta. Ma la scelta presa non impatta solo il proseguire immediato della storia: ha ripercussioni sul medio e lungo termine. Dopo un po’ che si legge ci si rende conto che le singole scelte che il lettore deve prendere stanno incrementando delle variabili globali che verranno poi utilizzate dal programma nel proporre una situazione narrativa credibile proprio alla luce di quelle singole scelte. La storia infatti è protratta nel tempo della fabula per decenni, e i singoli accadimenti portano poi a radicali cambiamenti di ordine sociale e politico nel corso del tempo.
È una idea portata avanti con stile, talvolta un po’ ruvido (capita in alcune occasioni che nessuna scelta sia quella che avrei voluto fare), ma che da scrittore e lettore digitale ho trovato molto interessante proprio per questo suo essere un incrocio tra racconto e simulazione.
È una App, per quanto possa essere letta su e-ink con Android “aperto”. Avrebbe potuto essere un EPUB3? Posso dire che avrebbe dovuto. Tenere queste narrazioni testuali al di fuori di un formato standard per la lettura digitale è un controsenso. E – a livello tecnologico – sì, basterebbe un buon supporto di EPUB3 e di alcuni suoi strumenti (il localstorage in Javascript) per avanzare ancora nella narrazione non lineare.

Anche di questo parlerò al prossimo laboratorio di creazione ebook a Torino. Cartago delenda est, e anche un po’ questa morbosa idea della carta.

21. febbraio 2017 by fabrizio venerandi
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Impaginatori di digitale #3

TULLET-H_libro6
Anni fa girava un video che diceva che – in soldoni – un libro o una rivista sono un iPad che si è rotto. “Tappi” e non succede niente. C’era questo bambino che toccava una rivista come si toccherebbe un iPad e siccome non succedeva niente diceva che il libro era rotto. Come certe cose di questo tipo il video ha girato sfruttando l’onda del “futuro della lettura” e della sostituzione della carta con il digitale, e ha imperversato in vari corsi di formazione oltre la sua naturale data di scadenza. Un po’ come quando sei con una persona, dici una cosa spiritosa e quella inizia a ridere, poi tu smetti e vedi che lei continua oltre ogni ragionevole tempistica.
Ecco, quel video mi è tornato in mente ieri sera mentre terzogenita mi mostrava raggiante il suo ultimo libro, “Un libro” di Hervé Tullet, comprato da terzogenita con la madre.
“Un libro” è la risposta più urbana a quel video virale del povero bambino lasciato troppo tempo davanti al tablet. In pratica nel libro ad un certo punto ci sono tre pallini gialli. Sotto, una scritta invita a strofinare il primo pallino a sinistra. Terzogenita lo strofina e gira pagina e il pallino è diventato rosso. Allora si invita a strofinare quello a destra. Terzogenita lo strofina e gira pagina e il pallino è diventato blu. Allora il libro invita a “tappare” cinque volte il pallino giallo rimasto. Terzogenita lo “tappa” cinque volte e gira pagina e il pallino giallo si è moltiplicato. E così via.
Bisogna scuotere il libro, inclinarlo, soffiarci sopra e – ci credereste? – i pallini colorati agiscono di conseguenza.
Mentre terzogenita lo “leggeva” io alle sue spalle recitavo le indicazioni e ridevo, splendido, pensavo, ecco la dimostrazione che quella cosa nascosta, quella che Barrie chiamerebbe il bacio nascosto all’angolo della bocca, quella cosa invisibile è in tutte le cose che riescono a catturarla: carta, inchiostro, codice, carne.

16. febbraio 2017 by fabrizio venerandi
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Impaginatori di digitale #2

Man mano che passa il tempo e aumenta il supporto “passivo” ad EPUB3 mi sto convincendo ad impaginare tutti gli ebook futuri già con la semantica XHTML5 e CSS2.1+subset CSS3.
Sia perché maggiore semantica significa anche lavorare meglio e con più chiarezza in fase di impaginazione, sia perché – come scrivevo nel precedente post – le idee vengono anche avendo a che fare direttamente con gli strumenti e le specifiche.
Per supporto passivo intendo dire che un EPUB3 che non utilizzi javascript e multimediale, funziona in genere con i moderni ebook reader basati su RMSDK e alcuni ebook reader e-ink iniziano anche a supportare qualcosa di Javascript.Kobo, per dire, fa funzionare molte delle mie poesie elettroniche se inserisco gli script in corpo XHTML.
Nei forum internazionali un po’ nerd su questo aspetto si strappano gli scalpi i tradizionalisti difensori dell’ePuB2 e gli amanti dell’EPUB3.
Ma bisogna essere sempre uber alles: mentre mentre si chiacchiera di EPUB3, altrove stanno già volando gli stracci su quello che deve essere/non essere EPUB4 e quello che sarà dpub.

Sul finale stimo che Cartagine debba essere distrutta: ovvero ricordo sempre che sabato 25 inizia a Torino il primo dei tre sabati di laboratorio creazione ebook con il sottoscritto. Quest’anno concederò più spazio a EPUB3.

15. febbraio 2017 by fabrizio venerandi
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