[in difesa dei ragazzi che non sanno]
Sul fatto che gli studenti arrivino all’università meno preparati rispetto ad un tempo, cose su cui sono potenzialmente scettico sui numeri e la rilevanza della cosa, piccolo aneddoto, un docente universitario mi mostra un pacco di tesi di Laurea sulla sua scrivania e mi dice, venerandi questi non sanno scrivere, arrivano alla tesi e non hanno le capacità di scrivere, guardi guardi, e io sfoglio alcune pagine piene di segni mentre il docente insiste dicendo che la scuola secondaria fa uscire gente che non ha competenze base di scrittura, fine aneddoto, aggiungo: non era il 2025, era il 2003 e mi parlava quindi di studenti che erano usciti dalla secondaria a fine anni novanta.
Cosa voglio dire, il refrain “la scuola va sempre peggio” andrebbe studiata, non dai pedagogisti, ma da qualche scuola di psicologi, perché è un tema che ritorna letteralmente da sempre, ogni generazione mostra i segni di una decadenza scolastica che – se fosse vera – avremmo all’origine un gruppo di scolari sumeri formidabili, probabilmente scribi, da lì in poi, il diluvio. La letteratura su questo mostra dati molto più complessi e articolati, soprattutto meno divisivi.
Cosa volevo dire: poniamo però, per ipotesi, che sia vero: oggi gli studenti escono meno preparati dalla scuola secondaria, ne escono di più e meno preparati rispetto ad un tempo. Ci sono tre cose che però metterei sulla bilanciia per tarare meglio questa ipotetica “decadenza”:
1) la prima è che negli ultimi vent’anni la massa di informazioni a cui siamo sottoposti è aumentata in maniera enorme. Il digitale ci ha portato una richiesta quotidiana di competenze minime per stare nel villaggio digitale che – non solo è particolarmente estesa – ma anche dinamica, in continua trasformazione. Siamo passati in una frazione di tempo ad accendere fuochi sfregando bastoncini mentre il modem a 300 baud scaricava qualche kappa di testo a dover saper gestire identità digitale, scam, password, intelligenza aritificale, comunicazione online 24/24, notifiche, meme, piattaforme, multimedialità, avatar, videogame online e – stiamo passando di genere – un mondo dell’intrattenimento pervasivo e infinito nella sua offerta musicale, cinematografica, social, video, gaming e via via aggiungendo. Attenzione, non solo ai giovani, a tutti. Si parla tanto di educazione ai giovani per l’uso dello smartphone, ma le persone che io vedo saperlo usare peggio e con più danno per se stessi e gli altri, sono quelli che si lamentano dei giovani sui social, gente over trenta che alimenta informazione tossica, preda di fake news, trolling, shitstorm e il peggio del peggio. Non c’è mai stata così tanta offerta e così tanta richiesta di adeguare continuamente le proprie competenze anche solo per divertirsi e provare benessere, e tutto questo costa, costa in termini di attenzione, di focus, di tranquillità. E – seconda attenzione – dà capacità che la scuola e i rilevatori spesso non captano. Qualche settimana fa ho lanciato con la mia classe una attività all’improvviso, fare un film di pochi minuti, montandolo con alcune tecniche viste assieme. Questi qua si sono messi lì, hanno preso i loro cellulari e in meno di un’ora mi hanno restituito online un video montato in digitale, in alcuni casi pure ridoppiato. Se avessi chiesto una cosa del genere a una classe di un liceo classico a inizio anni novanta avrebbero boccheggiato, anche perché – banalmente – non avrebbero avuto i mezzi tecnici per farlo. Di queste competenze i ragazzi sono pieni e sono fuori da ogni radar/indagine formale della scuola.
2) selezionare i migliori perché escano dalla scuola con grosse conoscenze formali che li aiutino a superare gli esami all’università, significa anche eliminare i peggiori perché non ce la fanno. La fiumata verso il progresso di cui parlava Verga fa sì che i piedi dei migliori calpestino quelli che – in quel momento della loro vita – sono incasinati o sono ad una fase della formazione ancora – appunto – in formazione. Ora, schiettamente: che un ragazzo “molli” la scuola dopo il biennio e sia introdotto al mondo del lavoro con le competenze minime che può avere dopo aver rinunciato all’inizio del percorso scolastico superiore, è una grossa grossa tossicità che viene introdotta all’interno del corpo sociale. Io ho visto bocciare e andarsene dal mondo scuola ragazzi che ho ancora adesso paura dei danni che avrebbero fatto a loro stessi e alle persone che avrebbero incontrato nella loro vita. Diversamente ho visto ragazzi al biennio come schegge impazzite, essere incluse, e fare in quei cinque/sei anni nella scuola un percorso che le ha trasformate completamente. Mi spiace per i fan delle conoscenze, ma le conoscenze non sono così importanti quanto pensate. In un ottica della scuola che cerchi di formare cittadini capaci di mantenere questo fragile assetto civile in cui siamo, l’inclusione, il dialogo, il benessere collaborativo sono valori terribilmente più importanti per noi tutti. E – fatemi usare questo termine – soprattutto per lo Stato.
3) Perché un gioco delle conoscenze e della meritocrazia funzioni, è necessario che il premio al merito sia qualcosa di appetibile. Io temo che il premio che la scuola mostri agli studenti abbia perso da tempo la sua appetibilità. Il sogno di benessere che la scuola sventola e il sogno di benessere che i ragazzi hanno, molte molte volte non hanno punti in comune. Dirò di più: la società che lo Stato mostra è una società verso cui i ragazzi non hanno fiducia. C’è sfiducia nel futuro che gli stiamo proponendo e che la cronaca quotidianamente mostra. Guerra, ingiustizia, menefreghismo ecologico, enorme disparità economica, sfruttamento indiscriminato di risorse e/o lavorativo: l’elenco sarebbe lungo. È caduta poi la promessa di mobilità sociale che la scuola aveva avuto per molti, molto molto tempo fa. Tanti miei studenti studiano per ottenere un titolo che gli permetterà di fare più o meno lo stesso tipo di lavoro che fanno i loro genitori. Lo stesso tipo di vita di loro padre e loro madre. Che loro intimamente disprezzano.