copertina di Scritture digitali, di Roberto Laghi, mostra un uomo disegnato che scrive con una penna collegata ad uno strano aggeggio da cui parte un secondo filo collegato alla sua testa

È uscito il testo di Roberto Laghi, “Scritture digitali – dai social media all’IA e all’editing genetico”, pubblicato per i tipi di Meltemi editore, testo su cui voglio spendere due parole e al quale sono doppiamente legato.

In primis il testo parla (anche) di alcune cose che ho fatto nell’ultimo decennio, nello specifico analizza Niente di personale, la mia raccolta di testi di uncreative writing uscita per Argo qualche tempo fa, e le Poesie Elettroniche, il canzoniere scritto in versi e codice, recentemente inserito nella collection di testi di letteratura elettronica dall’ELO. Dopo aver letto il testo in bozza ho anche avuto la fortuna di poter scrivere la prefazione al volume, cosa di cui ringrazio l’autore e l’editore.

Il motivo però per cui ne scrivo qua è che nonostante il libro parli di alcuni miei lavori affronta poi nel grosso della sua articolazione, in maniera diretta e originale, alcuni temi forti legati al mondo della cultura elettronica e digitale, portando avanti un discorso ad ampio respiro che tocca – non solo gli aspetti più linguistici o strutturali di quella che potrei definire una letteratura elettronica consapevole – ma anche quelli legati all’ecosistema economico e informatico sotteso al nostro rapporto quotidiano con il digitale.

Da subito Laghi si rivolge a quella che definirei una scrittura elettronica inconsapevole o meglio, generata insonsapevolmente dai co-autori di questo materiale lessicale, solo parzialmente comprensibile, materiale che viene continuamente creato, salvato, nascosto e riutilizzato ogni volta che facciamo qualcosa all’interno del contesto digitale: aprire un’app, entrare in un sito, soffermarsi su una immagine durante lo scrolling, far partire un video, mettere un like, saltare da un’altra parte della rete.

Tutta questa nostra attività genera scrittura elettronica, crea log, materiali che vengono continuamente salvati, dumpati, condivisi, backuppati a nostra insaputa, analizzati e riutilizzati per creare attorno a noi un ecosistema che condiziona poi la nostra percezione del mondo reale e di quello simbolico. Quello che facciamo genera un testo nativamente elettronico a cui non abbiamo accesso e – se lo avessimo – non comprenderemmo nemmeno, perché fa parte dei linguaggi inumani, scritti dalle macchine per le macchine.

Poco importa che queste macchine siano programmate da uomini/sacerdoti: la loro comunicazione avviene alle spalle di chi la genera e di colui che è oggetto dell’allestimento dell’ambiente digitale. Gli umani, noi, produciamo una enorme quantità di testo, atomico, frammentato, consapevole, algoritmico, meccanico. Nella storia umana non si è mai scritto così tanto come ai giorni nostri, scrive Laghi, andando a infrangere uno dei tanti miti del digitale, quello legato alla presunta morte della scrittura, divorata dagli elementi della multimedialità.

Laghi poi mette in discussione l’ecosistema commerciale che sta dietro a questa scrittura e questa abitabilità del digitale, agli interessi economici e alla forte alienazione del produttore/consumatore di contenuti, di storytelling e di privacy rispetto a un nuovo oggetto tecnologico al quale il grosso dei suoi utilizzatori accede in veste di consumatore e non di proprietario. Quanto è sostenibile tutto questo? A che costi? Chi ne beneficia?

Non voglio dilungarmi oltre. Scritture digitali è un testo che abbraccia la scrittura digitale in campo largo, dall’IA alla riscrittura del codice genetico, e che ne evidenzia, non solo gli sviluppi letterari, ma soprattutto quelli umani, politici, estetici.

Una lettura che consiglio caldamente a chiunque si interessi di cultura, rete e società.

1 commento su “Scritture digitali”

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