Il mercato digitale ci suggerisce e talvolta ci impone di consumare nell’immanenza. Subito e ora. Offre una portata di piatti apparentemente infinita, a pagamento, che non potremmo mai consumare completamente. Basti pensare allo streaming audio o video. Questa offerta però è legata al momento del consumo: possiamo consumare quello che appare finché consumiamo. Nel momento in cui il consumo termina (smettiamo – per dire – di pagare il nostro abbonamento mensile) anche il prodotto sparisce. Non possediamo il prodotto, ma la possibilità di consumarlo.

Non solo le cose che abbiamo ascoltato o visto possono sparire da un momento all’altro, ma quel panorama ‘infinito’ era in realtà un sistema finito. Le cose sembrano infinite perché l’accumulo è disordinato, scarsamente interrogabile e – in alcuni casi – in perpetua variazione. Titoli appaiono e scompaiono a seconda degli accordi commerciali delle singole piattaforme. Certe cose, culturalmente essenziali, in rete non ci sono. Certi prodotti non vengono messi in circolo o non vengono valorizzati. Il catalogo infinito è finito, e non era poi così vario, anzi.

Ancora: lo streaming snatura la nostra capacità di tornare sui prodotti. Il continuo accumulo e la continua generazione di nuovi contenuti inediti, pagata e sovvenzionata da quelli che dovrebbero essere dei semplici distributori, porta ad una bulimia consumistica che ci porta a non guardarci mai indietro. Difficilmente riguardiamo le cose che abbiamo già visto o restiamo a lungo sopra un prodotto che abbiamo attraversato. Niente di quello che abbiamo fatto nostro culturalmente – poi – resta nella nostra personale archiviazione. Tutto è performance.

Questo vale per quello che consumiamo, i prodotti in streaming, ma anche per quello che produciamo (i nostri messaggi e commenti sui social ad esempio). Le cose che scriviamo non sono nostre, non sono salvate nella nostra memoria di massa: immettiamo contenuti direttamente su server che li sfruttano per la nostra profilazione e che possono svanire nel nulla per decisione del proprietario della piattaforma. Deleghiamo ai server social la catalogazione e l’archiviazione di migliaia di frammenti testuali, immagini, video della nostra vita che possono esserci tolti per un semplice volere dell’algoritmo o per una specifica scelta del gestore della piattaforma. Anche qua, tutta la nsotra vita digitale, è una performance.

Alcune norme di salute pubblica: tornare a comprare e a salvare sulla propria memoria locale prodotti culturali. Fisici o virtuali che siano. Sganciarsi dai cataloghi “infiniti” e dalla loro promozione social. Comprare degli spazi dove potere inserire i propri materiali che solo l’autore può decidere di rimuovere o censurare dalla rete. Delocalizzare, affiancare ai social generalisti e ai loro algoritmi altri social che hanno istanze locali. Cercare applicazioni che non siano solo web-app, ma che siano installabili sulla propria macchina e che funzionino anche senza la connessione di rete. Cercare software multipiattaforma. Provare soluzioni non proprietarie che affianchino quelle proprietarie. Tenersi lontano da applicazioni che non abbiano esportazioni dei dati in formati aperti.

Non si può vivere digitalmente senza sacrificare qualcosa, ma questo sacrificio non è una resa. È una continua battaglia.

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