Sulla domanda se l’intelligenza artificiale sia creativa do il mio punto di vista. Non considero se sia comoda per compiti ripetitivi o altro, mi fermo all’aspetto più creativo del mezzo.

La mia risposta è che si tratta di una domanda insensata. È come se mi chiedeste se una matita o un mucchio d’erba secca siano creativi. Si tratta di strumenti che tramite un input producono un output. La bontà dell’output è dato dal lavoro fatto dal creatore sull’input e ovviamente dalla qualità dell’IA. Se so disegnare, una matita mi permette di fare cose creative, così come un mucchio di foglie secche inserite in una stanza possono essere una installazione artistica, se dietro – voglio dire – c’è la progettualità di qualcuno che rende quegli strumenti o quel materiale un prodotto culturale e creativo. Un linguaggio comune.

Al netto di questo, la vera domanda che mi faccio io e che condivido con chi fosse interessato, non è tanto se l’IA è creativa, ma se l’IA possa essere un buon strumento creativo. La risposta qua – e metto le mani avanti è assolutamente personale – è più articolata.

In generale il distinguo che faccio è lo scopo per cui si utilizza l’IA: se sto utilizzando l’IA per fare qualcosa che non avrebbe senso fare o far fare da un essere umano, o fosse impossibile, allora la cosa mi interessa. Se invece sto usando l’IA per saltare passaggi e risparmiare risorse, mi interessa molto meno. Faccio due esempi di due lavori che ho fatto recentemente: “è bellismo” è un fotoromanzo di una decina di pagine fatto con l’IA. In quel caso il fotoromanzo ha senso solo in quanto risultato di un dialogo tra prompt e allucinazioni e invenzioni dell’IA. Non avrebbe senso farlo fare ad un umano e funziona solo se inquadrato all’interno di una “creatività” digitale. Altro esempio, il mio videogioco Cicli. Lì un buon sessanta per cento delle immagini è stato creato dall’IA e poi modificato da me manualmente. Sono soddisfatto del risultato finale, ma non del processo di lavoro: ho usato l’IA semplicemente perché non avevo un grafico che potesse lavorare con me al progetto. In questo caso l’IA è stata sfruttata per ottenere un risultato che – in quel momento – non potevo permettermi altrimenti. Ma è un esperimento che non ripeterò; penso che se avessi potuto lavorare con un disegnatore ne avrei tratto un beneficio maggiore, avrei avuto una esperienza di lavoro più appagante per me e per il disegnatore. Saremmo entrambi cresciuti di più. Questo è un uso dell’IA che penso danneggi la qualità dei prodotti e soprattutto i professionisti che ci lavorano dentro.

Lo stesso discorso vale, con tutti i distingui del caso, per le altre forme d’arte, come quella musicale, videoartistica o testuale. In generale trovo che il lavoro di tuning, rifinitura e istruzione dell’IA sia enorme per ottenere qualcosa che – spesso – soffre di un doppio difetto di origine: in alcuni casi si lavora per ore o giorni per ottenere qualcosa che “sembra vero”. Ma il vero è già lì, senza bisogno di usare l’IA (a meno che – e ritorno al concetto di prima – questo vero sia semplicemente più conveniente del vero reale).

Altre volte vedo risultati che si vorrebbero creativi, ma sono più spesso weird, stravaganti e in più – sul lungo termine – sta emergendo una standardizzazione della stravaganza. Video o immagini creative i cui autori potrebbero benissimo essere mescolati tanto inquadrati sono i risultati. Talvolta uno schizzo di un ragazzino, fatto a penna su un foglio, è più radicale e creativo di prodotti platinati che arrivano dopo ore di tentativi e aggiustamenti di prompt.
Dei contenuti testuali soprattutto trovo goffi i materiali in uscita, se non dopo un lavoro di tuning talmente complesso da non giustificare lo sforzo. Ancora: il punto interessante dell’uso dell’IA per la scrittura non è il prodotto finale ma il momento dell’interazione tra un “lettore” che tramite prompt interagisce con un IA addestrata da uno scrittore/programmatore. Ma anche in questo caso: a che prezzo? Usare l’IA per una interfaccia narrativa ha un costo computazionale fuori scala per un utilizzo massivo.

Ovviamente si tratta di considerazioni ombelicali che potrebbero cambiare man mano che cambiano il mercato, la tecnologia e – soprattutto – i nostri desideri.

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